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10 November 2013 Written by 

Lisbona, una vecchia signora

 Sono partito lunedì mattina alle dieci e trenta per Luanda via Lisbona con la TAP, compagnia aerea portoghese. La mattinata è piovigginosa e grigia.


I soliti preamboli all’aeroporto, questa volta viaggio in business e nella lounge di Malpensa mi trovo seduto a chiacchierare col Rimoldi, un vecchio amico del mio paese che va a Oporto, via Lisbona. Il mondo è proprio piccolo. Parliamo di Gerenzano, di politica, di industria e crisi italiana, tanto per riempire il silenzio, poi, una volta arrivati in cabina non ci scambiamo più una parola, da vecchi ed incalliti viaggiatori che adorano essere soli col loro giornale, libro, parole crociate, aperitivo e pranzo, anzi odiano chiacchierare in aereo e rifuggono come la peste gli scocciatori.
Il volo è tranquillo, le hostess sono vecchiotte, come l’aereo, anche Lisbona mi da l’impressione di una vecchia signora borghese quasi decadente. Sono arrivato a Lisbona ben sei ore prima della partenza per Luanda. Lascio la valigia nella lounge dell’aeroporto “4 de  Fevereiro” di Lisbona ed esco per strada. Il centro città è molto vicino, prendo l’autobus 91 e scendo in piazza Marco de Pombal.
Pioviggina, ma non da dar fastidio. Sento odore di caldarroste, ne compero un cartoccio, tanto per far qualcosa. In Portogallo la buccia delle caldarroste è ricoperta da una polverina bianca salata, forse per renderle leggermente più saporite, visto che sono sciape, belle, ma senza gusto. 
La “Avenida da Libertade” è una bella ed ampia strada alberata, palazzi signorili, viale centrale con grandi platani secolari e giardinetti ben curati. Il traffico non mi sembra un gran ché, abituato al casino di Milano. Mi colpisce la pavimentazione dei marciapiedi: cubetti di pietra bianca con qualche disegno arabesco fatto di pietra nera. Pulizia, decoro, vecchia ricchezza oramai andata, queste sono le definizioni che mi vengono in mente mentre  mi avvio verso “Praca Pedro V”. Anche la gente è decorosamente elegante, ma vecchia, vedo pochi giovani, tante signore a passeggio col cane, vecchie coppie, fattorini, commesse.
 La piazza è  un ampio spiazzo rettangolare con palazzi nobili ottocenteschi di buona fattura e la statua bronzea del Pedro V sopra una colonna in marmo bianco nel mezzo.
Mi incuriosisce la decorazione che gli hanno appioppato addosso, è una grossa palla fatta di meridiani in metallo con delle piccole lampadine bianche. Nel complesso, un orrore. Il lato verso mare della piazza è sovrastato da una torre metallica grigia collegata con un ponte, anch’esso grigio, al versante scosceso della città vecchia “Bairro Alto”.
Mi inoltro lungo una strada in salita che dovrebbe portarmi verso il “Bairro Alto” ed il ponte che collega la torre: Si sente  la musica triste delle canzoni di  Amalia Rodriguez, regina indiscussa del fado degli anni ’70, uscire da un camioncino color verde ferrovia, finto vecchio, con un signore, finto gitano che vende CD con musica portoghese tradizionale.
La strada sale sempre più ripida. Chiese barocche sono  incastonate tra le vecchie case borghesi e negozi  di moda, Benetton,  qualche emporio di scarpe, abbigliamento, occhiali, tante librerie, nuove, vecchie, stamperie di libri e giornali.  Anche i libri antichi e vecchi sono in tema con l’ambiente, ce ne sono che trattano di colonie, viaggi di navigatori portoghesi, usanze e costumi nazionali.
 
Le viuzze del Bairro Alto sono caratteristiche, architettura popolare di città di mare, col basilico sui balconi e panni stesi ad asciugare, aria linda e pulita di una città vecchia alla moda. Mi da l’impressione che ci vivano pittori, scrittori, giornalisti e stampatori, con pochi negozietti di alimentari che li riforniscono dei generi di prima necessità. Davanti alla "chiesa do Carmo" ci sono due zingari che chiedono la carità, una vecchietta allunga loro pochi spiccioli.
La chiesa è traboccante di decorazioni barocche, cornici d’oro grandi quanto le cappelle, madonne con i caratteristici vestiti di pizzo di forma conica, sfilze di urne con reliquie oramai senza nome ed importanza. Buio  e voci  in lontananza dietro un telone. Sono dei restauratori che stanno risistemando l’altare maggiore e le sue statue lignee.
Quando esco dalla chiesa sono già le cinque, un timido e pallido raggio di sole fuoriesce dalle spesse nubi atlantiche foriere di pioggia ed umidità. Mi avvio sul ponte in ferro che porta alla torre. Farò delle foto panoramiche dall’alto. Il mare è calmo, alcuni rimorchiatori stanno avvicinandosi al porto, il “Castelo de Sao Jorge” che si trova sulla collina di fronte al Bairro Alto è di un colore giallo caldo, in contrasto con il rosso smunto dei tetti, il verde opaco dei giardini ed il grigio dell’oceano e del cielo.
Guardo verso il basso la strada e la piazza di Pedro V, il traffico si fa più intenso, molta gente passeggia per le compere. Mentre ritorno all’ aeroporto allungo la strada e mi inoltro nella parte di Lisbona più turistica, ci sono tanti ristoranti di pesce, baccalao e crostacei, c’è un’infilata di negozietti di oro vecchio, croci, immagini di santi, qualche medaglione. Tanti negri in giro per le strade. Si vede che sono portoghesi, o almeno, che sono ben integrati e che vivono pacificamente con quelli che li hanno dominati per secoli deportandoli come schiavi nelle piantagioni di caffé del Brasile o di cotone lungo il fiume Mississippi. L’autobus 45 mi riporta all’aereo. Rientro senza fretta nella lounge della TAP, un Campari, delle noccioline, mi sdraio su un divano in pelle, poca gente attorno, apro il libro di Sepulveda che ho comprato a Malpensa e dopo due pagine mi addormento.
Il volo per Luanda è partito un’ora di ritardo alle 10,30. Mi hanno detto che è normale. L’aereo era pieno, sia in business che in economica, l’hostess in questo caso era una figura filiforme, alta, mi ricordava tanto Olivia di Braccio di Ferro con più grazia.
Porto, noccioline, vitello arrosto, le solite cose di plastica che danno in aereo, ben servite, ma sempre  finte, caffé, poi dormo dopo aver finito un cruciverba di Bartezzaghi. Il volo è lungo, più di sette ore.   Il mio vicino di posto è una tomba, nessuno parla, è notte e tutti dormono.
 
Pierangelo Gianni  (circa 2007)



Redazione

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